Eccoci, avreste potuto vederci: eravamo tutti lì. Pronti, energia scalpitante schierata ai blocchi di partenza, muscoli tesi, concentrazione massima, sguardo fisso all’obiettivo.

E c’era l’attesa: quella di un unico suono, un forte cambiamento acustico, passaggio dal denso raccolto silenzio ad un segnale che ci sganciasse tutti in una collettiva, impegnativa, prolungata corsa, lunga un’intera stagione, che sarebbe culminata nel pieno dell’estate, fino a distendersi all’avvicinarsi dell’autunno e ad esaurirsi solo all’incedere delle prime nebbie, del buio che arriva prima, delle giornate più corte e dei primi anticipi dell’umido freddo tipico di queste nostre terre.

Ma quel rumore non arrivava. L’aria non ha mai vibrato di quello scoppio così tanto atteso. 

È rimasta ferma, immobile, incredibilmente uguale a se stessa.

Nessuno start, tutti fermi al via, il corpo oramai dolorante, l’animo frustrato.

Tutto era cambiato intorno, tutto al di fuori di quello stretto confine della linea di partenza era in frenetico ed instabile mutamento.

E noi lì. Fissati in un momento mai giunto. E ora? I primi sguardi furtivi, lanciati d’intorno alla ricerca di una spiegazione all’assurdità di un tempo altro, che sfuggiva alla logica degli istanti precedenti, lasciavano più dubbi di quanti ne risolvessero.

Ed è così che ci siamo ritrovati catapultati in un’altra dimensione: un intervallo di attesa fluida, vita sospesa, gli occhi rivolti ad un orizzonte il più delle volte vuoto, cielo sgombro, suono assente.

La realtà del nostro aeroporto era ed è quella di un giovane di belle speranze, di “grandi speranze”. I numeri stavano tutti dalla nostra parte: la crescita c’era, costante, rassicurante, progressiva. Il debutto in società aveva rinforzato la nostra autostima: c’era stato cucito addosso un abito sartoriale, il nostro nome si era fatto strada ed eravamo qualcuno, ci eravamo fatti una posizione.

La verità, fuor di metafora e dimenticata la modestia, è che siamo un ente sfidante, così come lo sono tutti quelli in cui noi controllori operiamo: è il saggiare l’esperienza, il coltivare la consapevolezza, l’accettare di confrontarsi con un mondo mosso sempre dalle stesse regole ma che non presenta mai la stessa faccia, l’arrivare a sciogliere l’enigma, il riportare la chiarezza in uno scenario confuso in nome della sicurezza, che muove tutti noi.

Lo scacchiere di Venezia ci permette di calarci in molteplici ruoli, di muovere le nostre mosse dalla ground e dalla torre passando dalla posizione coordinatore, fino a quelle planner ed exe. 

Con lo scorrere di questi ultimi anni abbiamo assistito ad un ininterrotto flusso di mutamenti e variazioni del terreno di gioco: una nuova area di piazzale adibita a parcheggio; la revisione della designazione dei vecchi numeri degli stands e la ridistribuzione di questi ultimi con l’aggiunta di altri nuovi; la ridefinizione della zona del piazzale dedicata all’aviazione generale; la modifica delle combinazioni dei pushback contemporanei interagenti; l’abbattimento delle caserme di Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco ad ampliare il piazzale e la loro successiva ricostruzione in una diversa area; la costruzione di nuove vie di rullaggio, la ristrutturazione delle precedenti e l’assegnazione di nuovi nomi alle taxiways; la cancellazione della doppia funzione della pista sussidiaria 04L/22R, indicata quando non in uso come taxiway “Tango”; la chiusura della pista 04R/22L e l’utilizzo della pista 04L/22R per le operazioni sull’aeroporto; la chiusura della pista 04L/22R per lunghi tratti e per lunghi periodi e quella di uno o più raccordi tra l’apron e l’area di manovra e tra entrambe le piste. 

Probabilmente questo elenco non sarà esauriente, chissà quali altre situazioni potrebbero essere rimaste impresse nei colleghi e da questi potrebbero venire aggiunte a ritrarre la nostra vita operativa recente.

È pressoché sicuro che la combinazione degli effetti dell’intrecciarsi di alcuni di questi fatti rimarranno nella memoria degli enti confinanti.

Se però venisse chiesto di segnalare il cambio di modus operandi di maggiore impatto, si potrebbe sfiorare l’unanimità delle opinioni soltanto nel caso dei tromboni: un reset totale delle tecniche fino a quel momento applicate. Nuova geografia delle rotte, nuovi percorsi predeterminati per gli aeromobili, nuovo ritmo, nuove geometrie, nuove interazioni tra i traffici in volo e sotto controllo.

L’esperienza al simulatore per debuttare e al debutto l’esperienza di avvicinatore come biglietto da visita.

E poi i numeri, quei numeri che andavano su, magari non così in alto come già tempo prima erano cresciuti, ma che facevano presagire salite operative da condividere: nella stessa sala o in sale separate e unite a un tempo, uniti dalla conoscenza comune delle dinamiche e degli equilibri di questo nostro aeroporto, forse non più uguale a se stesso, ma pur sempre nostro. Nostro anche dopo che gli era stato rifatto il trucco, nostro dopo che avevamo imparato a domarlo e ammansirlo e che ancora una volta si era piegato al nostro controllo.

Eccoci, potete vederci: siamo sempre stati qui. Raccolti prima dello slancio, in equilibrio nella nostra corsia. 

Non importa quanto ci vorrà: noi aspettiamo quel nuovo inizio.

Frecce puntate all’interno di un arco fino a quando saranno scoccate.

In un tempo in cui non ci è dato stare gomito a gomito, seppur distanti condividiamo le nostre posizioni, ricopriamo i nostri ruoli.

Osserviamo un orizzonte che tornerà a riempirsi, scrutiamo un cielo che verrà solcato più di quanto chiunque tranne noi possa realmente immaginare e sapere, ascoltiamo una frequenza dove nonostante tutto ancora qualcuno ci cerca.

Saremo qui, potrete vederci: noi non abbiamo mai smesso di guardare.

Condividi